7 mesi dall’ultimo post.
Tanto tempo.
Troppo tempo.

Per dire: non mi ricordavo neanche come fare a scrivere qui sul blog…

Potrei dire di essermi allenato tantissimo in questo periodo.
Potrei dire di non aver mai avuto il tempo di scrivere.
Potrei dire di essermi operato ed essere diventato donna.
Ed ovviamente sarebbero tutte solo delle bugie.

No, mi sono allenato poco e niente.
Non è vero, avrei avuto tanto tempo per scrivere.
Mio Dio, no, ho ancora qualcosa in mezzo alle gambe.

Però è vero che è stato un periodo abbastanza “infernale”. Prima il ginocchio e tutta l’operazione, poi il trasloco che, volente o nolente, ti toglie energie e, soprattutto le tue abitudini (e ora che te ne ricrei di nuove…). Sicuramente dopo l’infortunio, anche la motivazione è andata scemando e con la brutta stagione, chi vuole uscire in bicicletta la domenica mattina (soprattutto senza veri obiettivi)?.
Poi, vabbè, c’è il grande killer della voglia di fare: il lavoro (lo censuro perchè è vietato parlarne).
E quindi di cosa avrei potuto scrivere? No, non scriviamo che è meglio…

Poi, però, le cose pian piano sembrano un po’ sistemarsi.
Le gambe ricominciano a richiedere movimento.
Ci si abitua ai nuovi ritmi.
Ci si iscrive con una nuova squadra.
Si esce a fare una corsa con i colleghi.
La vita, pian piano riprende un po’ alla volta.

L’uscita da un tunnel non è così immediata: quando dal buio passi alla luce i tuoi occhi hanno bisogno di un attimo per riabituarsi all’illuminazione e, a volte, quell’attimo è anche un po’ doloroso.
Ma ad un certo punto passa.

Così succede che, una domenica mattina, la sveglia suona alle 7:00 e il mio corpo si alza da sè.
Pantaloncini invernali ed antivento.
Casco e borraccia.
Scarpette e cronometro
Una bici ed una strada ancora annebbiata.
Ma che sicuramente sarà ancora lunga da percorrere.

Inferno

P.S. Ovviamente a 2°C faceva freddo e dopo un’oretta e un quarto sono tornato a casa senza piedi: ho ricominciato a sentirli verso mezzogiorno circa. Invece il dolore chiappale è durato fino al giorno dopo.
L’avevo detto io che uscire dal tunnel era un po’ doloroso…


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Ore 18:03, casa Quaglia.
La porta si apre ed un Quaglia trafelato e sudato dopo una giornata di duro lavoro entra in casa. Ad aspettarlo, oltre alla sua amata Arianna, anche Francesca, una di lei collega di nuotate, molto a suo agio anche in cucina. Il profumo di arrosto impregna la casa e sublima le narici.
“Gnammi, che bontà! Complimenti! A che ora è pronto?”
“Mah… Alle 19:30 più o meno…”
“Ah ok, spero di fare in tempo che esco a fare un giretto veloce veloce in bici, non dovrei fare tardi…”
“Non preoccuparti, tranquillo”

Ore 18:15, camera di casa Quaglia.
Insospettito dalle parole amichevoli, Quaglia apre un cassetto nascosto all’interno dell’armadio e ne tira fuori un grosso libro polveroso, sulla quale copertina spicca il titolo dorato “Dizionario della convivenza donna/uomo”.
Veloce sfoglia le pagine, fino a trovare la definizione che stava cercando…

Non preoccuparti, tranquillo! [periodo] “Provaci e ne subirai le conseguenze. Gravi.”

Pieno di rinnovato ottimismo e voglia di vivere (ma soprattutto sopravvivere) Quaglia si prepara ad uscire.

Ore 18:30, vialetto di casa Quaglia.
La scarpa si aggancia, il sedere sale sulla sella e la gamba inizia a mulinare: una macchina che sa cosa e come lo deve fare alla perfezione.
Tranne testa e braccia.
Una si chiede dove deve andare. Le altre due, che dovrebbero seguirla, non ricevendo istruzioni, vanno dove le porta il vento.
“Vabbè faccio 30 minuti e torno indietro, dovrei farcela”

Ore 18:50, posto imprecisato in provincia di Monza Brianza.
La strada scende, la velocità aumenta, ma anche la strada fatta. Le strade mi si fanno mosse, molto mosse. Saliscendi tanto odiati che spezzano il fiato a quella pippa di ciclista che è in me.
Panorami si stagliano di fronte ai miei occhi, così meravigliosi da farmi poeticamente esclamare:
“Ma dove c***o sono”

Ore 18:55, fine di una discesa imprecisata in provincia di Monza Brianza.
Qui ci vuole un supporto tecnologico. Chiedo aiuto al fido Google.

Ore 18:57, stessa fine di una discesa imprecisata in provincia di Monza Brianza.
Dopo vari convenevoli, Google mi da risultati.
Sono a “Inculandia sul Lambro”.

Ore 18:58, sempre la stessa fine di una discesa imprecisata in provincia di Monza Brianza.
La testa suggerisce di girare la bici e pedalare verso casa.
L’istinto di sopravvivenza aggiunge “Muoviti cazzo!”.

Ore 19:15, altro posto imprecisato in Monza Brianza.
L’allenamento di oggi era classificato come “sgambata spensierata”.
Si è trasformato in “cronometro per la sopravvivenza”.
In finta posizione aerodinamica spingo sui pedali più che posso. Per 1 minuto, 2 circa. Poi la fatica del non essere allenati vince.
Poi penso che sono in ritardo e a quello che subirò a casa.
E nuove energie emergono dal nulla.

Ore 19:25, 3 km circa da casa Quaglia.
Un rapido calcolo mi da ormai in ritardo. Spacciato. Destinato all’oblio.
Il cuore sussulta e suggerisce la fuga a bordo della bici. Poi si accorge della fatica che dovrebbe fare e torna zitto.

Ore 19:31, vialetto di casa Quaglia.
Bici parcheggiata.
La corsa verso l’ascensore è un mix tra “Momenti di gloria”, “Baywatch” e “Galline in fuga”. Chiamo l’ascensore che arriva con lentezza disarmante. Salgo, schiaccio e non sto fermo, come se muovermi in quella scatola infernale la facesse salire più in fretta.
E finalmente si apre. Infilo la chiave, giro la maniglia e…

"...sei in ritardo!!!"

“…sei in ritardo!!!”

Troppo tardi


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Il concetto di distanza è, in realtà, molto semplice: è la lunghezza del percorso per raggiungere B, partendo da A.
Facile. Intuitivo.
Quello che non si calcola è che l’effettiva misura di essa può variare, in base a quale supereroe tu sia in realtà.

In una notte buia e nuvolosa, Bruce Wayne guarda il cielo e vede il bat-segnale. Senza indugio entra nella sua bat-caverna e indossa il suo bat-costume con il suo bat-mantello e bat-lanciandosi dalla sua bat-casa atterra in pochi bat-secondi sulla testa del povero ladro.
Perchè lui è Batman e ha i poteri del pipistrello. E il suo percorso è questo.

Il percorso di Batman: facile, pulito, lineare

Il percorso di Batman: facile, pulito, lineare

In un server, da qualche parte nella Silicon Valley, Google sonnecchiava quando un *PING* lo svegliò di botto: era una richiesta di andare da A a B nel modo più veloce possibile. Il cervellone iniziò il suo algoritmo “Ecco passo di qua… poi passo di la…” ed in pochi decimi di secondo la distanza era calcolata!
Perchè lui è Google e ha i poteri del cervellone informatico. E il suo percorso è questo.

Il percorso di Google: semplice, veloce, efficiente

Il percorso di Google: semplice, veloce, efficiente

In una casetta, in una domenica mattina, il buon IronQuaglia si alzava dal letto con un solo pensiero: esplorare le nuove strade con la sua fida bicicletta. Prende le borracce e le riempie, il casco, gli occhiali e nella calura estiva si butta in strada.
Perchè lui è IronQuaglia e ha i poteri del piccione viaggiatore.
Dislessico.
Con gravi problemi di orientamento.
E probabilmente una labirintite.
E il suo percorso e questo.

Il percorso di IronQuaglia: incasinato, indeciso, insensato

Il percorso di IronQuaglia: incasinato, indeciso, insensato


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È vero, è tanto che non scrivo, ma piuttosto che riempire pagine con il nulla, forse è meglio farle rimanere bianche no? La verità è che ho poco da scrivere, troppo da fare o forse tutte e due, senonchè…

Un giorno ti svegli e ti accorgi di non essere nel tuo letto.
È grande, un vero e proprio lettone con tanto spazio, anche se metà o forse di più, la sta occupando qualcun altro, che puoi anche provare a non svegliare per non disturbare, ma puntualmente non riesci.
Vai in cucina a far colazione e tutto pare cambiato.
Esci di casa e invece di un giardino, c’è un ascensore.
Prendi la bici, ma non per fare un allenamento, ma per andare in stazione per prendere il treno che ti porterà al lavoro. E non una super bici, ma una biciclettina pieghevole da mettere un po’ dovunque, anche sotto la scrivania.
Il treno è diverso.
Le facce son diverse.
Tutto è cambiato da un giorno all’altro senza neanche che tu te ne accorgessi.

Un po’ come quando nel triathlon ti ritrovi catapultato in bici dopo il nuoto senza neanche accorgertene: le prime pedalate sono un po’ dure, le gambe non rispondono bene. Ma poi, con l’avanzare dei chilometri i muscoli si sciolgono, il corpo si abitua e la pedalata diventa fluida.
Ecco, se mi concedete questo paragone, sono nel bel mezzo della transizione, nelle mie prime pedalate di questo lunghissimo triathlon. Sono uscito dall’acqua, ho preso la bici e sto iniziando a pedalare.
Con fatica, ma se si vuole fare questa gara, prima o poi la bici la si deve prendere!

E poi, almeno in questo triathlon, la scia è consentita…

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sismografo

*zzzzzz* *ronf* *ronf*

*RUMBLE* *RUMBLE*

Il terremoto aveva sbalzato fuori dal letto il povero Ernesto, ormai malato da un bel po’ di tempo. È vero: abitava in una zona sismica, ma era da parecchio che non pativa una scossa di questo tipo.

Lunga.

Forte.

Si era quasi abituato all’idea di non avere più movimenti sossultori sotto di lui. Iniziò a lamentarsi un po’, poi sempre più forte, poi ancora di più fino a che, d’un tratto, il suolo cessò di tremare.

Rimase un po’ in attesa, ascoltando la terra e cercando di capire i suoi movimenti; poi, dopo un minutino, andò a rimettersi a letto. Stava per sedersi sul materasso, quando un’altra scossa glielo tolse da sotto il sedere, facendolo finire gambe all’aria. Rimase lì per un attimo, un po’ intontito dalla botta e spaventato.

Cosa stava succedendo? Perchè era ricominciato tutto questo?

Ernesto ricordava perfettamente il giorno della prima scossa: certo la zona non era mai stata il massimo della calma, ma ad un certo punto la terra iniziò letteralmente a saltare sotto di lui. Prima per breve tempo, poi per periodi sempre più lunghi… Una volta il terremoto durò una giornata intera: se lo ricordava bene anche quello, quasi non pensava di poter sopravvivere.

E poi… il nulla. Calma piatta.

Tuttò finì come se non fosse mai successo nulla.

E all’inizio fu quasi peggio.

Ormai si era tanto abituato al tremore della terra che non riusciva più a dormire: si lamentava continuamente, qualunque cosa succedeva.

Era quasi diventato una donna con il ciclo.

Poi, come è normale che sia, si abituò al nuovo stato: calma piatta e letto a volontà. Che goduria dormire tutto il giorno!

E adesso questo? Ancora?

Urlò ancora ed ancora, le scosse finirono. Ora il poveretto tremava. Aveva paura…

…o forse era eccitato dalla situazione?

Le scosse ricominciarono ancora, ma stavolta lo trovarono pronto. Cercava di rimanere in piedi mentre la terra sotto di lui tremava e sobbalzava, cercando di farlo andare al tappeto. Ernesto cadde ancora e ancora, ma iniziò a lamentarsi a poco a poco di meno e a rialzarsi sempre più in fretta. Quasi lo divertiva cercare l’equilibrio in quel bordello. Come un bambino che gioca sul bagnasciuga contro le onde cercando di resistere alla forza del mare, iniziò a ridere. Pian piano iniziò a non cadere più e a bilanciarsi sempre meglio. Fino a quando le scosse non finirono di nuovo.

Stavolta però non era più arrabbiato e irritabile, anzi: era triste, perchè si era divertito veramente tanto in quella mezz’oretta di delirio. Ritornò a letto molto lentamente, quasi aspettasse da un momento all’altro un nuovo terremoto, una nuova scossa che lo facesse ridere e giocare.

Aspettò il giorno seguente e un nuovo terremoto lo colse quasi di sorpresa. Quasi perchè in fondo credeva non potesse finire così. O forse un po’ ci sperava.

Il mondo ricominciò a ballare, ed Ernesto con lui. Non più spaventato, ma felice come quando ritrovi un vecchio amico che non vedi da tanto tempo e che non ti accorgi quanto ti sia mancato fino a quando non rifate le cose che facevate prima.

E così Ernesto, il ginocchio destro, ricominciò a correre.


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corsa ginocchio infortunio terremoto

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“Congratularsi vuol dire esprimere con garbo la propria invidia.” (Ambrose Bierce)

Una volta vivere era più semplice… Ad esempio, da piccolo potevi dire “Una volta ho tirato un calcio al pallone e l’ho bucato!” e ti guadagnavi il diritto di essere scelto per primo ad ogni partita di calcetto all’oratorio.
Potevi raccontare di essere in grado di trattenere il fiato per 3 minuti sott’acqua e di essere in grado di fare 100 flessioni; certo non tutti ci potevano credere, ma chi ti poteva contraddire?!
Oggi no. Oggi si vogliono prove.

Avevano già iniziato i prof alle superiori:

Prof: “Hai fatto i compiti?”
Q: “Certo prof!”
P: “Bene fammeli vedere…”
Q: “… ma come? Non si fida di me? Le ho detto che li ho fatti che bisogno c’è anche di chiedermi le prove???”

E da quel momento quando dicevi di poter stare immerso anche per 3 minuti in acqua, trovavi quello che puntualmente ti teneva la testa sotto…
…vagli a spiegare che “immerso”, non vuol dire necessariamente con la faccia sott’acqua.

Presto la cosa degenerò: tutti volevano prove di tutto, non bastava più la parola data, servivano i fatti. Oddio, nulla di così brutto e cattivo; alla fine chiunque poteva dire una fregnaccia ed essere preso sul serio.
Tipo Tuttosport quando titolava “Messi alla Juve”.
O un Armstrong qualsiasi che dichiarava di non doparsi.
Anche oggi un po’ funziona così, ma la piega che ha preso la cosa, ha ribaltato le prospettive.

Con l’avvento dei social network non si chiedono più le prove di nulla: semplicemente non c’è più bisogno, perchè non si dice più “ho fatto questo, ho fatto quest’altro”, ma si mettono direttamente le foto, i video, le interviste. Senza che nessuno le chieda!
E così succede che al lunedì mattina, se non già la domenica sera, sulla tua bacheca di Facebook, dove appaiono tutte le cose che i tuoi amici condividono, appaiono commenti, interviste, foto e video di gare.
Che, per carità, è anche bello vederle…
… se non sei infortunato e non puoi fare praticamente nulla…
Gente che si butta nel lago e si diverte a nuotare, quando tu hai ricominciato a fare qualcosa in piscina nemmeno un mese fa, dopo 4 mesi di fermo totale.
Gente che si fotografa dopo pedalate da 140 km se non di più mentre le tue arrivano a 14 km se non di meno, perchè le tue gambe sono ridotte così:

Non ho una gamba più grande dell'altra... nooooooooo...

Non ho una gamba più grande dell’altra… nooooooooo…


…che invidia…

P.S. Intanto però tenetemi il posto, che tanto prima o poi torno…


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Dave&Mark

In principio erano l’acqua, la terra e l’aria. Poi l’uomo si accorse che non poteva volare e così si inventò la bici.
Ed egli vide che era cosa buona e giusta.
Ma soprattutto faticosa.
E fu il triathlon e i suoi derivati.

Certo, quando si parla di triathlon con un “profano” quasi sempre la prima cosa che viene in mente è Kona e l’Ironman in generale. La super-mega-iper-gara che viene fatta ogni anno alle Hawaii, dove c’è gente pazzoide che si fa un mazzo tanto per allenarsi durante tutto l’anno, spende e spande alacremente per vivere un’avventura (che magari potrebbe avere cercando un’ironman vicino casa con la “i” minuscola, ma un cuore enorme… vero Elbaman??).
La leggenda viene spesso raccontata come una barzelletta degli anni ’80: ci sono un nuotatore, un ciclista e un corridore alle Hawaii. Il nuotatore iniziò a dire: “Il mio sport è più faticoso! Non riuscireste a fare quello che faccio io!”. Il ciclista incalzò: “Ma che dici?? Prova tu a pedalare poi vediamo!”. E il corridore che non era da meno: “Sì certo come no? Vuoi mettere con una maratona?”.
E così, invece di fare a gara a chi ce l’ha più lungo come farebbero tutti, decisero sotto l’effetto di qualche particolare sostanza stupefacente, di dar vita alla “leggenda” di Kona, dell’Ironman e dell’ironman.
Prima si nuota, poi si pedala e infine si corre.
E chi vince, avrà in premio la gloria eterna (dove per “gloria” si intendono dolori vari e impossibilità a camminare in maniera normale).

Ma il triathlon non è solo questo: non c’è solo Kona, non c’è solo Ironman e nemmeno l’ironman. Il mondo del triathlon conta una varietà incredibile di distanze, ce n’è per tutti i gusti! Dagli olimpici di 2 ore e mezza (in media) ai fast da un quarto d’ora, dai medi per chi si sente un mezzo-ironman, agli sprint per chi si sente mezzo olimpico.
E questa eterogeneità di distanze, ovviamente, da luogo alla classica manfrina del “Siamo più forti noi che facciamo questa distanza”, “No lo siamo più noi” ecc… ecc…
Esattamente come insegna la “leggenda”, con la sola differenza che nessuno è ancora uscito con la frase “Facciamo un triathlon di triathlon!”.

Inception di triathlon...

Inception di triathlon…


La verità è questa: chi fa le distanze lunghe ce l’ha più lungo, ma chi le fa più corte ce l’ha più duro. Fine della discussione.
Ma c’è ben altro e non solo per distanza: fast, sprint, olimpici e medi sono solo la buccia del mondo della “multidisciplina”…

I duathlon sono fatti principalmente per quelli a cui il triathlon piace, ma non sanno nuotare. Infatti, invece di nuotare all’inizio, si corre!
… a meno che non piova…
Venne poi il giorno in cui i nuotatori triatleti si ribellarono e iniziarono a protestare:
“Perchè aiutate i corridori che non sanno nuotare e non i nuotatori che non sanno pedalare???”
E così nacquero gli aquathlon nel quale invece di andare in bici tra una corsa e l’altra, si va in acqua e a farsi una nuotata.
“E perchè non aiutate anche i ciclisti che non sanno correre? E i corridori che non sanno pedalare? E i nuotatori che non sanno…nuotare???”. Vabbè dai, ora non esageriamo…

Poi ci sono i puristi, quelli che si considerano naturisti del triathlon, ma non perchè fanno le gare nudi (anche perchè poi … sai … il sellino …), ma per il semplice motivo che amano stare davvero a contatto con la natura.

Già saliamo in bici in questo modo, avete idea di cosa vorrebbe dire farlo nudi?!?!?

Già saliamo in bici in questo modo, avete idea di cosa vorrebbe dire farlo nudi?!?!?


Nuotare nei laghi (e vabbè, quello la fanno tutti).
Pedalare su una bici con ruote grasse, su e giù per boschi e sentieri quasi invisibili.
Correre in mezzo alla natura, saltando i fossi per il lungo.
Essere inseguiti da api e calabroni inc***ati neri.
Fare i ristori con bacche, muschi e licheni.
Forse l’ultima no, ma le altre son tutte vere.
XTerra, TNatura o più semplicemente cross triathlon, che non ha niente a che fare con il cross-fit o il cross-training. Ma proprio nulla!

Il triathlon fa male, è una vera e propria droga. Il problema è che la stagione dura veramente poco: da Aprile a Ottobre sono 6 mesi. E gli altri 6?? Di certo d’inverno si può correre benissimo, andare in bici magari diventa un po’ più difficile su strade ghiacciate, ma nuotare nei laghi ghiacciati?? Brrrrrr… impossibile (a parte per qualche triatleta “speciale”).
Così d’inverno il triatleta poggia le ciabattine da piscina e indossa gli scarponi da sci, trasformandosi in wintertriatleta: corsa, mountain-bike e sci di fondo. E così bardato corre (pardon, scia) sul sito della FITRI e cerca le gare di Winter Triathlon in Italia
… e scoperte che sono solo due, decide di andare in piscina ad allenarsi per la prossima stagione estiva di triathlon.


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Foto da "Il Post"

Foto da “Il Post”

30 giorni precisi.
Non uno di più, non uno di meno.

Questi sono i giorni passati dal 18 di febbraio, quando il mio legamento crociato anteriore (per gli amici LCA, per me quel gran traditore che si è rotto) è stato sostituito dai tendini di gracile e semitendinoso per tenere insieme il mio ginocchio malato.
30 giorni in cui, pian piano, sto inziando a rivedere un po’ di luce, come il sole di oggi che dopo essere stato oscurato dalla luna, lentamente riprendeva vigore.

La prima settimana è stato un inferno. Buio totale.
Costretto a stare sdraiato, gamba dritta, senza riuscire a muovermi neanche per andare in bagno. Mal di testa continui e anche febbriciattola mi hanno accompagnato, visto che la gamba, al contrario, non faceva quasi male.
Se stava dritta e ferma ovviamente.
Dormire sotto le coperte era impossibile, sul fianco peggio che peggio: mi riposavo come qualcuno che sta per farsene uno “eterno” (…sgrat…sgrat….). E quando sognavo, era una nuotata, una corsa o una pedalata.
Abbastanza frustrante…

Poi i giorni hanno iniziato a passare più velocemente… I mal di testa finalmente mi lasciavano in pace, lasciando il passo al dolore, stavolta sopportabile alla gamba ogni volta che la piegavo leggermente. Il buon Cipo mi lascia esercizi da fare e io con cura eseguivo a testa bassa, come se fossero i miei cari allenamenti: tira su, tira giù, tira il muscolo, piega più che puoi…
Con calma il ginocchio rispondeva sempre meglio, si fletteva sempre di più e riusciva anche quasi ad iper-estendersi come prima, non senza fatica. Tornavo in piscina e mentre gli altri si allenavano in vasca da 25, da 50, io ero nell’idromassaggio.
A camminare.
A pedalare.

Una stampella veniva lasciata da sola a casa, era il momento che anche la gamba tornasse a fare un po’ del suo lavoro. Gli esercizi aumentavano: ora pesi alle caviglie, palle di spugna da schiacciare con le ginocchia o con i talloni. E sempre flessioni ed estensioni come se piovesse, sempre a fare il movimento “a calciare”, paradosso di come, alla fine, sia stato proprio il calcetto a farmi questo odioso scherzo.

Quello che prima era completamente nero, ora si sta rischiarando. C’è luce che aumenta e il futuro non sembra poi tanto buio.
Presto l’altra stampella farà compagnia alla prima.
Presto tornerò in acqua a solcare le corsie e a litigare e lamentarmi con i bagnanti che fanno rana in mezzo alla corsia.
Presto tornerò a pedalare sulla mia fida bici a sudare, a sbuffare e a chiedermi “Ma quando ca*** è lunga ‘sta salita, non potevo rimanermene a casa???”.
Forse ci vorrà un po’ di più, ma tornerò anche ad avanzare sui miei piedi di piombo, a correre come una gallina spennacchiata in mezzo ad un branco di gazzelle e ghepardi.
Ci sono voluti circa 45 minuti prima che la luna si togliesse completamente da davanti al sole.
A me basterebbe tornare a pedalare dopo 45 giorni.
E oggi siamo a 30.


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All’inizio erano le scuole elementari: tutti bambini, tutti felici di andare a scuola a stare con gli amichetti, salvo poi scoprire la verità dei compiti, delle interrogazioni e delle verifiche. E più si diventava grandi, più le cose peggioravano.
Verifiche che si trasformavano in racconti biblici.

Interrogazioni che diventavano interrogatori.
Alle superiori per due anni ti mettevano in carcere preventivo.
Al terzo anno il tribunale ordinario.
Al quarto passavi alla corte d’appello.
Al quinto era Cassazione, con l’esame finale quasi come un processo mediatico con i testimoni delle tue malefatte (compagni di mille avventure) dietro di te e l’intera Corte ad emettere la sentenza…

Prof: “Bene signor Quaglia, mi parli di Montale e di “Ossi di seppia”
Quaglia: “Ehm…. “Ossi di seppia”… è un libro… scritto da Montale… che ha scritto… “Ossi di seppia”… che è stato scritto da Montale…”

E quando poi pensi di averla scampata, arriva l’università dove magari non ti facevano interminabili interrogatori, ma ti mettevano in fermo preventivo per accertamenti. E lì dovevi essere bravo ad inventarti gli alibi e a rispondere a più domande possibili, perchè “il diritto di parlare solo in presenza di un avvocato” non si applica nello stato universitario.

Prof: “Signor Quaglia non facciamo scherzi! Mi dica tutto quello che sa sul teorema di Cauchy!”
Quaglia: “Ehm… il teorema di Cauchy… è un teorema… dimostrato da Cauchy… che ha formulato un teorema… che si chiama teorema di Cauchy… che è un teorema…”

E anche quando passi questa fase, la vita va avanti e nuove esaltanti avventure ti attendono, sempre più complicate, sempre più toste…
Il lavoro, le riunioni, la burocrazia, le tasse ecc… ecc…
Tutti domandano, tutti chiedono e tu devi rispondere, devi sapere e devi fare i compiti a casa, altrimenti riparti da inizio livello o peggio ancora… game over.

L’ultimo esame è stato qualche settimana fa. Seduto in sala d’aspetto, attendevo con impazienza la chiamata che, puntuale, arriva. Mi siedo davanti al prof e inizia l’interrogazione:

“Bene, mi dica che ha portato il progetto”
“Ehm… in realtà no… Non era specificato…”
“Capisco… è andato in piscina? Ha fatto gli esercizi che le avevo chiesto?”
“Ehmmmm… in piscina…. si fanno gli esercizi… che si fanno in piscina…”
“Molto male… molto male…”

E così il prof Cipo, per nulla impietosito, inizia a prendere il ginocchio e ha stenderlo… e a piegarlo…. e a ristenderlo… e a piegarlo… e mentre da fuori sembro abbastanza impassibile, nella mia testa si confondono urla e lacrime di dolore. Poi il verdetto:

“Mi spiace, non ci siamo. Ci vediamo settimana prossima, ma mi raccomando fai i compiti”

Rimandato…

Una settimana dopo.
Stesso posto.
Stesso ginocchio.
Ma compiti fatti stavolta.

“Oh dai! Molto meglio! Adesso do l’ok al chirurgo per fissarti l’appuntamento per l’operazione!”

Promosso!
Almeno fino al prossimo esame…che è…
DOMANI?!?!?!?!?

Ok, meglio farsi una secchiata di compiti stasera…


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